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Bill Gates confessa i timori sull’AI a monsignor Paglia: «Ora come fermiamo questa rivoluzione?»

Bill Gates confessa i timori sull’AI a monsignor Paglia: «Ora come fermiamo questa rivoluzione?»

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Monsignor Vincenzo Paglia, padre spirituale della Comunità di Sant'Egidio, nel corso di un dibattito pubblico presso la sede Luiss di Milano, ha rivelato il contenuto di un colloquio con Bill Gates. L'ex presidente di Microsoft, confidava la propria angoscia per le conseguenze della rivoluzione tecnologica e chiedeva lumi per far rientrare i buoi nella stalla, come direbbero i vecchi saggi.

L'Enciclica papale sui pericoli dell'Intelligenza Artificiale è un po' la somma delle riflessioni che finalmente cominciano ad affiorare fra scienziati, politici e opinione pubblica e persino fra gli artefici del nuovo modello cognitivo. Hanno partorito un «mostro» o il «mostro» può anche contribuire al progresso del genere umano? Domanda ultima, teologica, che tuttavia va declinata in vari ambiti del sapere, dell'economia, della società civile, della politica. Non ci sono dubbi sugli sviluppi positivi ad esempio nel campo della medicina. Ma basterebbe chiedersi, mentre ci angosciamo per la crisi energetica aperta dalla guerra di Hormuz, quanta energia sarà necessaria in tempi brevi per mantenere i giganteschi data center utili al funzionamento della IA. E di conseguenza, collegare i conflitti attuali e la competitività fra grandi potenze con la necessità di accumulare il più possibile di terre rare e fonti energetiche.
         
Oppure interrogarci sul comportamento dei nativi digitali, nel momento in cui tutti gli organismi competenti della scuola e delle università denunciano il preoccupante calo della soglia di attenzione e la profonda trasformazione già in atto dei modelli cognitivi. Al punto che anche frequenti episodi di cronaca nera, come scontri all'arma bianca o aggressioni di docenti filmate con il cellulare, dimostrerebbero una drammatica disconnessione di molti giovanissimi dalla realtà, in quanto precipitati in una realtà virtuale e deresponsabilizzante.

Un'interessante denuncia (e allarme) ci arriva dall'Africa, grazie alla coraggiosa campagna intrapresa da una ex ricercatrice della Silicon Valley, licenziata appunto per avere denunciato le distorsioni del «mostro» che lei stessa aveva contribuito a creare. Timnit Gebru, etiope, non è una ricercatrice qualsiasi. È una rinomata ingegnere informatica, che ha lavorato ad Apple e Microsoft ed è stata allontanata da Google, dove peraltro era in minoranza come donna e ancora di più come ricercatrice di colore. In un'intervista al settimanale sudafricano «The Continent», spiega i disastri del «dio onnisciente». Sostiene che il futuro del mondo è nelle mani di una manciata di miliardari che controllano il settore tecnologico. Cosa risaputa, meno esplorato il dato che si tratta di miliardari bianchi, i quali hanno di fatto uniformato il meccanismo di funzionamento della IA secondo canoni bianchi, ovvero riproducendo l'approccio culturale dell'epoca coloniale.

Un approccio che ha probabilmente ispirato anche le decisioni dell'Amministrazione Trump di interrompere gran parte delle attività dell'agenzia Usaid, con il risultato di condizionare lo sviluppo dei Paesi coinvolti agli interessi americani, soprattutto nel campo della ricerca e della sanità. «È impossibile comprendere la rivoluzione che stanno cercando di avviare– né orientarsi in questo mondo in mutamento – senza comprendere la loro dottrina», sostiene la Gebru. Le sue ricerche sulle convinzioni radicali che animano la maggior parte dei dirigenti della Silicon Valley l'hanno resa una delle critiche più influenti – sebbene a volte isolata – nei confronti delle Big Tech.

«Per molto tempo ho sognato di essere una ricercatrice discreta, che passasse totalmente inosservata e facesse come tutti gli altri - racconta - Poi ho capito che ciò significava fare del male ai miei cari e sminuire me stessa».
Timnit Gebru non è affatto «tecnofoba». Ingegnere informatico di formazione, ha contribuito allo sviluppo di software di riconoscimento facciale. E proprio in questo ambito, aveva denunciato il fatto che il software su cui lavorava era molto più efficace nel riconoscere i volti bianchi rispetto a quelli neri. Inoltre, il suprematismo coltivato negli Usa negli ultimi anni e immagazzinato nei data center fa sì che molte delle risposte fornite dalla IA non rispettino la parità di genere.
         
Nel 2018, Google l'aveva nominata co-direttrice della nuova unità sull'etica dell'IA. Due anni dopo, l'ha costretta a fare i bagagli per aver partecipato a una pubblicazione accademica che metteva in luce diversi rischi connessi alla IA: l'impattoambientale e finanziario, nonché gli stereotipi sessisti e razziali prodotti da contenuti a partire da banche dati grezze. «Si suppone che Gemini (il modello di Google) possa fare tutto. Come una sorta di dio onnisciente in grado di rispondere a tutte le tue domande, risolvere tutti i tuoi problemi, organizzare tutta la tua vita quotidiana. È così che viene presentato. Se siamo arrivati a questo è perché un piccolo gruppo di uomini bianchi ha deciso di creare quella che viene chiamata "intelligenza artificiale", che è più o meno un dio robotizzato».

Timnit Gebru ha fondato una sua struttura, il Distributed AI Research Institute (Dair). Con il suo collega, il filosofo Émile P. Torres, ha coniato l'acronimo Tescreal (transumanesimo, estropianesimo, singolaritarismo, cosmismo, razionalismo, altruismo efficace e long-termismo). Queste diverse terminologie, secondo la ricercatrice, partono dal principio che il progresso tecnologico permetterà di sviluppare l'intelligenza umana, di risolvere i problemi sociali e darà vita a una nuova era dell'umanità – nella quale forse ci trasformeremo in macchine, o fonderemo con esse. Diverse figure di spicco dell'IA hanno adottato alcuni aspetti di queste ideologie. Basti pensare a Elon Musk, Sam Altman, il capo di OpenAI, e Peter Thiel, quello di Palantir.

Ma queste visioni tecno-utopistiche integrano anche idee eugenetiche e razziste, sottolinea Gebru. «I neri sono più stupidi dei bianchi. Mi piace questa frase e penso che sia vera», scriveva così Nick Bostrom, filosofo dell'Università di Oxford i cui lavori hanno ispirato i teorici del long-termismo, nel 1996. Nel 2015, Elon Musk ha donato un milione di dollari al Bostrom Institute for the Future of Humanity, affiliato all'Università di Oxford. La sua piattaforma di IA ripropone regolarmente elementi di linguaggio derivati dal suprematismo bianco. Occorre invece promuovere una visione diversa di un futuro tecnologico.

Una strada ormai in salita, come teme il «pentito» Bill Gates, perché l'immensa fortuna dei magnati della tecnologia «può farli sembrare invulnerabili, tanto che è difficile, sia per gli utenti medi di Internet che per i responsabili politici, impegnarsi su un'altra strada».

Secondo la ricercatrice etiope, l'Africa dispone delle competenze e della lungimiranza necessarie per creare i propri strumenti di IA. Il suo istituto, ad esempio, collabora con piccole imprese del settore che operano a difesa delle lingue africane. E mette in guardia i decisori africani dai bei discorsi della Silicon Valley, tracciando un parallelo con la retorica utilizzata dagli imperi coloniali per giustificare la propria espansione. «Anche loro avevano un discorso benevolo, spiegavano che i popoli locali non sapevano autogovernarsi, che bisognava aiutarli a elevarsi. Oggi, i governi africani firmano accordi con Microsoft, Anthropic o OpenAI», conclude la ricercatrice. «Mi sembra assurdo che ci sia un sacco di gente molto competente anche qui, che tuttavia non chiede altro che sviluppare queste tecnologie e che i propri governi non vogliano aiutarli a farlo».

2 giu 2026 | 17:07

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