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Juan Carlos Ferrero: «Mi manca tutto di Alcaraz, studiavamo come battere Sinner. Io coach di Jannik? Mi piacerebbe, ma Carlos è più forte»

Juan Carlos Ferrero: «Mi manca tutto di Alcaraz, studiavamo come battere Sinner. Io coach di Jannik? Mi piacerebbe, ma Carlos è più forte»

Il coach più ambito del circuito sorseggia il caffè sotto un ombrellone dell’Academy di Villena che porta il suo nome, un’ora a nord di Alicante. Solo 100 km più in là, Carlos Alcaraz è in campo per la prima volta dall’infortunio al polso: colpisce la palla con la mano sinistra, per riattivare muscoli e sensazioni. È in questa distanza, minima eppure divenuta enorme, una delle ragioni del divorzio tra Carlito e Juan Carlos Ferrero, l’ex n.1 (correva il 2003, anno del trionfo al Roland Garros) a cui chiediamo di leggere la terra rossa di Parigi in assenza di Sinner e del predestinato che dal 2018 alla fine del 2025 ha aiutato a crescere.

Cosa sta succedendo al Roland Garros?
«Cose strane. Non c’è Alcaraz, che sulla terra sarebbe stato il favorito, e Sinner ha perso subito. Per tutti gli altri è stato un risveglio: hanno aperto gli occhi e pensato che questa è l’occasione della vita. Io vedo Zverev più attrezzato, in ogni caso avremo un nuovo vincitore Slam dopo gli ultimi nove dominati da Carlos o Jannik. In prospettiva, è un cambiamento interessante: per almeno un paio d’anni quei due manterranno la loro superiorità ma Parigi 2026 segna un cambio di passo per gli inseguitori, che hanno capito che Sinner non è imbattibile. Sarà motivante per tutti: chi comanda e chi rincorre».

Ma Alcaraz e Sinner non resteranno a guardare.
«È una situazione che conosco bene: per anni ho allenato Carlos allo scopo di battere Jannik. I miglioramenti, cioè, erano calibrati specificamente su Sinner».

Se si alza il livello medio, ne guadagna il tennis.
«Non c’è dubbio. Quando giocavo io, c’erano 8-10 giocatori capaci di mettersi in tasca uno Slam. Due creano una bella rivalità ma sono pochi».

Cosa crede che sia successo a Sinner a Parigi? Becker parla di fattore mentale.
«No, a me è proprio parsa una crisi fisica. È salito 5-1 nel terzo con Cerundolo colpendo la palla benissimo, con superiorità totale. Poi il crollo. Sul 4-1 l’ho visto tornare verso l’asciugamano camminando in modo diverso. Ho pensato: che strano… Faceva caldo ma non c’erano i presupposti per quello che è successo. La ragione, secondo me, è da ricercare nei mesi precedenti: ha giocato tanto, troppo, senza darsi il tempo di recuperare. Ero certo che avrebbe accusato la stanchezza durante il Roland Garros ma pensavo più avanti. È incredibile che con Cerundolo non sia riuscito a resistere un game di più».

Sono crisi che si ripetono con frequenza, e non sempre con il caldo. Si superano?
«Il luogo d’origine ha un ruolo: probabilmente Jannik ha una tolleranza del freddo maggiore del caldo. Non penso che da bambino, prima di trasferirsi a Bordighera da Piatti, si sia allenato in condizioni umide e calde. A differenza di Carlos, che è nato a Murcia, nel sud della Spagna. Qui a Villena è capitato spesso che, in una giornata bollente, io lo tenessi in campo più a lungo proprio per abituarlo alla sofferenza di quelle temperature. Certo che Jannik può migliorare. Il passato lo aiuta: ha vinto due volte in Australia, dove fresco non fa, a Miami e a New York, che può essere umidissima».

Il più grande talento di Sinner, dal suo punto di vista?
«È velocissimo a capire cosa deve migliorare. Ricorda quel Sinner-Alcaraz a Parigi Bercy nel 2021, la prima sfida Atp? Beh allora Jannik giocava solo incrociato: no lungolinea, no volée, no smorzate. Vidi in campo uno straordinario colpitore, nulla a che vedere con il giocatore di oggi. Di testa è una roccia, ed è una spugna: impara subito».

Qual è il suo Alcaraz-Sinner preferito?
«Il quarto all’Us Open 2022, con match point annullato da Carlos: quella sfida ha lanciato la rivalità. Ma non posso non citare la finale di Parigi dell’anno scorso, con i tre match point per Jannik. Quella domenica successe qualcosa di sovrannaturale. Carlos non molla mai, nemmeno quando sembra morto: dal box gli gridavamo di crederci e lui in situazioni così si esalta, sale di livello. È un guerriero».

Cosa le manca di più della vita con Alcaraz?
«Il suo modo di stare in campo: aggressivo ma sempre col sorriso. L’ho visto crescere da quando aveva 15 anni, toccando livelli che non credevo possibili. Con lui avevi la costante sensazione che stavi scrivendo la storia di questo sport».

Lo dice con malinconia.
«Parlarne fa affiorare i ricordi, un po’ di tristezza è normale. Ma sto bene: mi muovo tra Accademia e casa, i viaggi non mi mancano, a Carlos ho dato tutto quello che potevo. Parlarne non è mai facile».

Vi sentite ancora?
«Poco. Gli ho scritto quando ha vinto in Australia e a Doha. Gli ho parlato in occasione dell’infortunio. Nulla di più. Entrambi avevamo bisogno di spazio per ripartire».

Gli addetti ai lavori ritengono l’Australian Open di gennaio l’ultimo torneo vinto da Carlos grazie a lei, benché già separati.
«Lo lascio volentieri dire agli altri. La verità è che per un nuovo coach intervenire in un mese è impossibile. Il grosso del lavoro è stato fatto negli anni precedenti, Lopez ha ricominciato da lì. Il modo in cui Carlos compete, si muove, sceglie i colpi: tutto il pacchetto arriva da lontano. Non è solo merito mio, naturalmente: Samu faceva già parte del team. Di certo, quando ha messo a segno il match point con Djokovic, mi sono sentito ancora vicinissimo a Carlos».

Tra Alcaraz al top e Sinner al top, chi è il più forte?
«Se la giocano sui dettagli. Carlos è più dinamico, ha più colpi, sa togliere il ritmo a Jannik, che ama giocare soprattutto in un modo: veloce, colpendo alla stessa altezza. Al suo ritmo, è difficilissimo da battere. Per me, al cento per cento, Carlos è un pelo sopra: tipo 55% -45%. Ma tra quei due sono state e sempre saranno partite apertissime».

Tra i giovani, chi le piace?
«Fonseca lo conoscevamo ma Jodar ci ha sorpresi tutti. Mentalmente è molto solido, allenarsi in Davis con Carlos lo ha aiutato a capire in quali aree deve crescere. Ha potuto migliorare nel cono d’ombra di Alcaraz, indisturbato. Ricorda Sinner: dritto da perfezionare, rovescio colpo naturale. Per ora a Rafael basta il padre, nel futuro vedremo. Senza dubbio, Fonseca e Jodar sono da titoli Slam».

Se Cahill si ritirerà, se glielo chiedessero: farebbe da super coach a Sinner?
«Solo qualche mese fa, le avrei detto di no: la rottura con Carlos era fresca, non sarei stato pronto. Ma oggi che mi sento più forte rispondo: perché no? Sinner ama lavorare duro ed è disposto a tutto per rimanere n.1: come atteggiamento, mi piace. Sarebbe bellissimo allenarlo».

Riccardo Piatti, che ha subito una separazione da Jannik simile alla sua da Carlos, sul Corriere ammise di essere stato un po’ duro, ma disse anche che era necessario.
«Credo che le situazioni siano assimilabili: quando ti mettono in mano un quindicenne, devi insegnargli tutto. Non è un lavoro facile. Con il senno di poi, qualcosina cambierei ma non la sostanza. A Carlos ho imposto da subito allenamenti duri e disciplina. L’ho spinto al limite molte volte. L’ho tenuto con i piedi per terra. È il mio modo di fare e il lavoro ci ha ripagati».

Piatti dice anche che con lei Alcaraz non avrebbe mai comprato uno yacht da 9 milioni di dollari.
(ride) «Ha ragione... Forse gli ho detto troppi no, ma Carlos per me era famiglia e io i miei figli li educo così».

3 giugno 2026, 07:06 - Aggiornata il 3 giugno 2026 , 08:13

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