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Welfare, così la Germania fa pagare il prezzo dell’inverno demografico (e la cura degli anziani) a chi non ha figli

Welfare, così la Germania fa pagare il prezzo dell’inverno demografico (e la cura degli anziani) a chi non ha figli

La Germania ha deciso di far pagare il conto demografico a chi non ha figli. La ministra federale della Salute Nina Warken (Cdu) sta preparando una riforma dell'assicurazione obbligatoria per la cura degli anziani — la Pflegeversicherung — che prevede, tra le altre misure, un aumento del sovrapprezzo contributivo per i senza prole: dallo 0,6 attuale allo 0,7 per cento. Una variazione apparentemente tecnica, ma che porta con sé una logica politica precisa, e che arriva in un momento in cui la sostenibilità del welfare europeo è messa alla prova da curve demografiche che non invertono la rotta.

Secondo la Redaktionsnetzwerk Deutschland (Rnd) che cita fonti della coalizione di governo, i lavoratori senza figli si troverebbero a pagare, a partire dai 23 anni, un'aliquota complessiva del 4,3%. Per chi ha un figlio il contributo resterebbe al 3,6%, per chi ne ha due al 3,35%, per chi ne ha tre al 3,1%. La differenza tra chi cresce figli e chi non lo fa arriverebbe dunque a più di un punto percentuale.

La ministra Warken stima un deficit della Pflegeversicherung di 22,5 miliardi di euro nei prossimi due anni, una cifra più alta di quanto previsto in passato. Le misure allo studio, ancora in fase di coordinamento interno tra la Cdu e la Spd, prevedono anche tagli ai sussidi per le quote a carico degli assistiti nelle case di cura, criteri d'accesso alle prestazioni più restrittivi e contributi più alti per i redditi elevati. I dettagli definitivi non sono ancora stati resi pubblici.

Il meccanismo del sovrapprezzo per i senza figli è il risultato diretto di una sentenza della Corte Costituzionale federale del 7 aprile 2022. Il Primo Senato di Karlsruhe stabilì che il sistema vigente era incostituzionale nella misura in cui non teneva conto del numero di figli: chi educa più figli contribuisce in modo più consistente alla sopravvivenza del sistema previdenziale — attraverso la crescita della futura forza lavoro — e deve quindi pagare contributi progressivamente più bassi. La precedente coalizione semaforo (tra Spd -Fdp e Verdi) aveva già adeguato la normativa, ma il governo Merz può ora modificare ulteriormente i parametri senza violare alcun obbligo giuridico, poiché la Corte non aveva fissato soglie minime di differenziazione.

Questa riforma non può essere letta fuori dal contesto demografico in cui nasce. La Germania ha un tasso di fecondità sceso a 1,35 figli per donna nel 2024, il livello più basso dal 1994. Il calo è stato rapido e netto: nel 2021 il tasso era ancora a 1,57. Destatis, l'ufficio federale di statistica, ha certificato che nel 2024 sono morte più persone di quante ne siano nate, e che la lieve crescita della popolazione — circa 121.000 abitanti in più — è stata dovuta esclusivamente all'immigrazione netta. Senza di essa, la Germania si sarebbe rimpicciolita.

In questo quadro, il meccanismo contributivo proposto dalla ministra Warken ha una doppia funzione: coprire il buco di cassa nel breve periodo e incorporare nel sistema previdenziale un riconoscimento esplicito del costo economico e sociale della genitorialità. L'idea sottostante — che chi non ha figli benefici gratuitamente del contributo generazionale di chi li ha cresciuti — non è nuova nella dottrina giuridica tedesca, ma trovare il modo di tradurla in norme applicabili è stato un percorso lungo vent'anni di ricorsi e sentenze.

Il confronto con l'Italia è inevitabile. Secondo gli indicatori demografici 2025 pubblicati dall'Istat lo scorso 31 marzo, nel nostro Paese l'anno scorso sono nati 355.000 bambini — il 3,9% in meno rispetto al 2024 — a fronte di 652.000 decessi. Il tasso di fecondità è scivolato a 1,14 figli per donna, un nuovo minimo assoluto: era 1,18 nel 2024 e 9,5 nati ogni mille abitanti nel 2005, oggi siamo a 6. Il saldo naturale negativo — quasi 297.000 unità — è il peggiore della storia recente e solo un saldo migratorio positivo di pari entità tiene stabile la popolazione attorno ai 58,9 milioni di residenti.

Ciononostante, l'Italia non ha ancora una risposta strutturale al problema della non autosufficienza paragonabile a quella tedesca. La Germania ha introdotto la sua Pflegeversicherung nel 1995, trent'anni fa. L'Italia ha una legge delega, la numero 33 del 2023, che ha avviato una riforma della non autosufficienza tra i pilastri del Pnrr, ma a due anni dall'approvazione nessuno dei suoi tre obiettivi principali è stato raggiunto. Lo denunciano le sessanta organizzazioni del Patto per un nuovo welfare sulla non autosufficienza, che in una lettera al governo chiedono «quel cambio di passo che dieci milioni di cittadini attendono».

La riforma dell'indennità di accompagnamento — che la legge delega voleva trasformare in una prestazione universale calibrata sui bisogni reali — è stata rinviata. Al suo posto è stata avviata solo una sperimentazione biennale (2025-2026) che raggiungerà circa 25.000 anziani over 80 con disabilità gravissima e un Isee sotto i 6.000 euro. I 4 milioni di anziani non autosufficienti stimati oggi,  che diventeranno circa 6 milioni tra dieci anni secondo le proiezioni, restano senza una risposta organica. Nella legge di Bilancio 2026  per loro non c'è nulla.

Il Piano nazionale per la non autosufficienza 2025-2027, approvato dalla Conferenza Unificata, stanzia oltre 3 miliardi per il triennio, ma si concentra sulle persone con disabilità fino ai 70 anni, rinviando a un piano successivo l'assistenza agli anziani in senso stretto. Un passo, ma parziale.

Sul fronte strutturale, il confronto resta impietoso. L'Italia è il secondo paese più anziano del mondo dopo il Giappone, con oltre il 24% della popolazione sopra i 65 anni — una quota destinata a raggiungere il 34-35% entro il 2050 secondo le proiezioni Istat. Le Rsa costano in media tra i 2.500 e i 3.500 euro al mese, l'assistenza domiciliare specialistica tra 1.500 e 3.000. Il Servizio sanitario nazionale copre una frazione minima di queste spese. Il grosso del carico ricade sulle famiglie e sempre più spesso sulle badanti, il cui costo medio supera i 2.000 euro mensili per un impiego a tempo pieno.

Non tutti, però, trovano convincente la scelta tedesca di differenziare i contributi in base al numero di figli. I critici segnalano che penalizza chi non ha figli per ragioni indipendenti dalla propria volontà — infertilità, condizioni di salute, assenza di un partner — e che rischia di confondere la solidarietà previdenziale con un premio alla natalità mascherato da misura finanziaria. Nel dibattito giuridico tedesco c'è anche chi ritiene che la sentenza del 2022 abbia aperto una strada pericolosa, subordinando i diritti previdenziali alla condotta riproduttiva dei cittadini.

Sul versante opposto, c'è chi osserva che il sistema previdenziale si regge sulla premessa implicita che ogni generazione paghi per quella precedente, e che ignorare il contributo di chi cresce la generazione successiva è una distorsione che il diritto non può lasciare indefinitamente irrisolta.

In ogni caso, la Germania ora prova ad affrontare il problema. 

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